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Equivoci e "nuovi poteri"
Già da qualche tempo, e sino al 9 aprile, sono e saranno giorni politicamente frenetici e palesemente “tattici”. Si discute di sondaggi e previsioni sullo scarto che permetterà alla Cdl o all'Unione di vincere queste elezioni. Io, invece, sono molto più interessato ad un dato, come dire, meno “egoistico”, e più “sociale”, un dato che mi dia il polso e l'umore dei miei compatrioti, in un paese tutto proteso verso gli appuntamenti mediatici che tanto elettrizzano l'elettorato dell'era berlusconiana.
Quanti di noi andranno, con convinzione, ad esprimere il loro voto il 9 aprile?
Quanti elettori di centro-sinistra non vedono l'ora di mandare a casa il cavaliere e la sua truppa di neoliberisti da strapazzo?
Quanti elettori di centro-destra si saranno convinti che “i barbieri non saranno mai musicisti”?
E di contro......
Quanto gli italiani hanno capito che l'economia di un paese è qualcosa di molto più serio di una dichiarazione dei redditi di un imprenditore “venuto dal basso” interessato solo a capitalizzare la sua impresa a danno della collettività?
Alle politiche del 2001 ben 81,2% degli italiani si recò alle urne. E quest'anno?
Il convincimento generale è quello che recita “...tanto sono tutti uguali, destra e sinistra...”
Ma un minimo di analisi è d'obbligo.
In questi 5 anni di governo nel listino della borsa italiana abbiamo visto pesare sempre meno le società industriali, mentre hanno conquistato nuovi spazi assicurazioni, banche e quelle che vengono definite “utility”. Nell'elenco dei principali titoli la fanno da padrone ben 12 banche e 5 compagnie di assicurazione. Poi c'è il settore delle utility (5 società) con, in testa il gigante ENI.
Pochi i nomi dell'industria: Fiat, Luxottica, Italcementi, Pirelli e StMicroeletronics.
La perfetta immagine di un capitalismo squallido e di quart'ordine.
La Confindustria guarda a sinistra senza sentire il dolore che invece sentiva 5 anni fa.
E vorrei vedere!
Le “grandi menti industriali italiane” l'hanno, elegantemente, preso a quel servizio, mentre le imprese del Dott. Berlusconi volano alte. Il voto degli industriali di un lustro fa si sposta perchè, macchiato da “corporativismo imperante”, si sente tradito dall'egoismo del “signore dei tranelli”
La vertità è che si è voluto cercare di infilare a tutti i costi "un aereo in cantina" nella frenetica smania di importare un capitalismo a stelle e strisce (piuttosto marcio) per diffonderlo in una economia che nulla ha di anglosassone. Quei rari esempi di capitalismo industriale del nostro belpaese sono finiti, schiacciati sotto il peso di un emergente new economy fondata sui servizi. E noi italiani i cosiddetti “servizi” li sappiamo fare molto bene!
Ma la colpa non è nostra, bensì di questa maledetta invasione commerciale asiatica. Questi infaticabili mentori figli della rivoluzione cinese che da Mao in poi sta insegnando al mondo quanto ha appreso dalle lezioni del capitalismo mondiale.
Ma smettiamola di piangerci sulle scarpe! Ammettiamo che Francia, Germania e Spagna (quella di Zapatero) sono almeno 10 anni più avanti di noi miseri italiani, popolo di capitalisti mono-industriali, che cerchiamo disperatamente di vendere servizi (vedi aria fritta) pensando di essere più furbi, più artisti, più geniali di qualsiasi altro popolo occidentale.
Ma ci vogliamo bene. Ci amiamo. Ci idolatriamo, fino al punto di convincerci che dobbiamo dotarci, in tutta Europa, di una nuova democrazia. La democrazia anglofona. Dimenticando che la vera culla della DEMOCRAZIA è, storicamente stata, e sarà sempre l'Europa.
Ma questa è un'altra storia.
